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Fibre tessili vegetali: l’anima green dei tessuti

Fibre tessili vegetali: l’anima green dei tessuti
Quando si parla di fibre naturali si pensa prima di tutto alla lana o alla seta, ma è il regno vegetale a fornire la maggior parte dei filati adottati in ambito tessile: un dato questo forse sorprendente, sicuramente affascinante.
Le fibre tessili vegetali nascono da semi, steli e foglie di piante che ci accompagnano dall’inizio della storia umana. Alcune di queste fibre, come lino e cotone, erano conosciute già dagli antichi Egizi, mentre altre, come canapa o bambù, sono state riscoperte in tempi più recenti in virtù della loro sostenibilità.
Da dove vengono le fibre tessili vegetali?
Le fibre vegetali sono costituite principalmente da cellulosa. Talvolta, come nel caso del cotone, la cellulosa è pressoché pura; nel lino e nella canapa, invece, è mescolata a lignina, che rende più rigide le pareti cellulari, e pectina, che funge da legante naturale tra le fibre. La lignina si forma nelle pareti cellulari legnose, mentre la pectina deriva in particolare dalle pareti delle cellule vegetali e si estrae comunemente a fini industriali da agrumi o mele.
A seconda della parte della pianta da cui si ricavano, queste fibre si dividono in tre famiglie: le fibre liberiane (da liber, corteccia in latino), ricavate dallo stelo o dalla corteccia, comprendono lino, canapa, juta e ramiè: sono fibre lunghe e resistenti, ideali per tessuti robusti ma traspiranti. Ci sono poi le fibre da foglia, come il sisal, l’abaca (nota anche come canapa di Manila) e l’henequen, ottenute da foglie di agave e altre piante tropicali a foglia lunga: più rigide, vengono impiegate per corde, tappeti e manufatti artigianali. Infine, le fibre tessili vegetali da seme o da frutto, tra cui spiccano il cotone e il kapok, derivano dai filamenti soffici che avvolgono i semi, pronti per essere raccolti e filati.


Le principali fibre tessili vegetali
Cotone
Deriva dai peli che rivestono i semi del cotone ed è la fibra vegetale più usata al mondo, grazie alla morbidezza e traspirabilità che la caratterizzano. La sua finezza consente di creare tessuti leggeri come il jersey o più pesanti come il denim. La coltivazione del cotone, come spesso accade per le grandi colture agricole, richiede molta acqua e talvolta, purtroppo, l’uso di pesticidi, ma negli ultimi anni la ricerca e la sensibilità ambientale hanno letteralmente imposto la diffusione di varietà biologiche e programmi di agricoltura rigenerativa che promuovono un uso più consapevole delle risorse naturali.
Lino
Ricavato dal fusto della pianta omonima, il lino è una delle fibre più antiche della storia dell’uomo. È fresco al tatto e assorbe l’umidità, per questo è ideale per l’abbigliamento estivo. La fibra è resistente, ma tende a sgualcirsi (però in fondo questo è anche, per così dire, il suo bello, in linea con un’idea di look comodo e informale. Bisogna poi ricordare che la coltivazione richiede meno acqua rispetto al cotone.
Canapa
Fino a qualche secolo fa era la fibra “industriale” per eccellenza. Oggi è tornata di moda per la sua resistenza e per l’impronta ecologica ridotta: cresce rapidamente, richiede poca acqua e quasi nessun pesticida. È “rustica” e grezza di natura, ma, se lavorata finemente, regala tessuti sorprendentemente morbidi. La canapa è, tra le fibre tessili vegetali, la seconda più utilizzata dopo il cotone.
Juta e ramiè
La juta, ricavata da piante tropicali, è robusta e poco elastica; viene usata per sacchi, tappeti e arredi. La ramiè, detta anche fibra d’ortica, possiede una brillantezza simile alla seta ed è molto resistente; se mescolata al cotone, ne migliora la stabilità.
Sisal, abaca e kapok
Il sisal proviene dalle foglie dell’agave sisalana, una specie originaria della regione di Sisal, nello Yucatán (Messico), da cui prende il nome, ed è rigido e resistente all’usura, perfetto per corde o tappeti. L’abaca (o canapa di Manila) è un’altra fibra tessile vegetale utilizzata per tessuti e cordami pregiati; il kapok è soffice e leggero, con proprietà isolanti, impiegato per imbottiture e giubbotti di salvataggio.
Bamboo, soia e altre fibre emergenti
Oltre alle tradizionali fibre tessili vegetali, il mercato vede l’ascesa di materiali come il bamboo e la soia. Il bamboo viene spesso trasformato in viscosa (quindi diventa a tutti gli effetti una fibra artificiale) ma alcuni lavorazioni meccaniche riescono a mantenerne lo status di fibra naturale. La soia nasce dagli scarti dell’industria alimentare ed è stata definita “cashmere vegetale” per la sua morbidezza.












Perché scegliere le fibre tessili vegetali?
Le fibre di origine vegetale offrono vantaggi importanti: sono tridimensionali, cioè hanno una struttura naturalmente irregolare e cava che intrappola aria e favorisce la traspirazione, oltre che traspiranti e confortevoli a contatto con la pelle. Provengono da fonti rinnovabili e sono biodegradabili. Al tempo stesso, la loro coltivazione e la lavorazione possono avere impatti ambientali legati a consumo d’acqua, uso di suolo e di sostanze chimiche. Per questo è fondamentale sostenere pratiche agricole sostenibili, certificazioni biologiche e catene di fornitura trasparenti.
Il futuro delle fibre tessili vegetali è già qui: dalla ricerca su colture che richiedono meno risorse alla riscoperta di specie dimenticate, passando per l’innovazione nella filatura e nella tintura. Un tessuto fatto con fibre vegetali non è solo un ritorno alla natura, ma un passo verso un’economia circolare dove ogni fibra può rinascere in un nuovo ciclo di vita.
La tintura che innova: Wake e i colori vegetali
Non si può parlare di fibre tessili vegetali senza accennare alle tecniche di tintura più avanzate e innovative. Oggi, infatti, la tecnologia offre soluzioni davvero sostenibili. Un esempio è Wake, il primo sistema di tintura naturale sviluppato da Tonello: utilizza esclusivamente piante e scarti vegetali (fiori, bacche e radici) senza additivi chimici dannosi. Questa tecnologia riduce notevolmente il consumo di acqua ed energia e garantisce un processo sano e sicuro per il consumatore.
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